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notti insonni nella sala di guardia. donne che gemono e
gridano nei letti. alcune
legate alle mani e ai piedi. l'odore di cacca e di urina fa fuggire via
silvia alla toilette. là
di notte vengono fumate le razioni giornaliere di sigarette. là c'è quasi
sempre
l'infermiera di notte, perché si annoia. sediamo sulle pattumiere,
l'infermiera, elsa ed
io. io volevo diventare una famosa scrittrice, come george sand o virginia
woolf.
sognavo per questo di fuggire. lasciavamo scorrere i nostri sogni con i
cerchi di fumo
delle sigarette, là, dove l'aria non era imprigionata dalle sbarre.
più tardi elsa si impiccö. ero triste e piena di rabbia. la cura di insulina
l'aveva ridotta
un relitto apatico e informe. mi tagliai nel braccio in segno di dolore. io
la ammiravo
per il suo coraggio e nello stesso tempo la odiavo.
l'indomani visita dei capi. il direttore ackermann con il suo seguito bianco.
"vorrei-
esseredavverouncapo", bianchi dei del futuro. il direttore ackermann tenne
un dis-
corsetto. le donne sedevano per terra 0 stavano in piedi nella stanza di
ricevimento,
come pezzi di mobili disposti senza cura. una vecchia dai capelli grigi si
masturbava
con smorfie da folletto davanti alla bianca schiera. l'infermiera "manganello"
la tra-
scina fuori dalla sala. la vecchia morde e grida. più tardi non morde ne
grida più. dosi
di medicine rafforzate la rendono umile, sorda, cieca per tutto ciò che la
circonda, da
cui può essere disturbata.
un'altra si appende al braccio di ackermann, balbetta qualcosa di
incomprensibile, si
arruffa i capelli. i suoi vomiti sporcano il vestito grigio clinicamente
pulito di acker-
mann. come la odiavo quella statua di ferrea arroganza.
dalla vicina stanza degli accordi, il suono di un violino, l'austriaca.
quella con la stan-
za privata, la paziente personale del direttore ackermann. mi ricordo i suoi
movimenti,
la sua parlata. si muoveva come un robot, magro, fabbricato senza amore,
parlava
una lingua spezzata, appena comprensibile. una foto ingiallita mostrava la
sua
passata bellezza. io le deridevo, lei e la sua musica. suonava bach e mozart
sul suo
violino eternamente stonato.
sedevo nel corridoio al mio tavolinetto coperto di cicche di sigarette
lasciate li senza
cura, quando ruppe il suo violino contro la parete. un terribile rumore di
legno, il violino
gridò, soffriva, era un rumore pauroso. il violino si ravvivò nella sua
morte violenta.
giorni dopo i parenti le portarono un violino nuovo e dei dolci.
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