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Mariella Mehr: Estratto di „Brandzauber”, |
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traduzione di Tina de Agostini |
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Cavalca nella notte sulle spalle di papà. Nella luce della luna brilla la neve fresca. Ride di gioia, sebbene papà canti canzoni tristi. Canta solo canzoni tristi. Le canta nelle osterie accompagnandosi con l'armonica a bocca fino a quando gli ospiti non vengono colti dalla malinconia e il suo cappello non si riempie di monete. Le canta andando alla ricerca di puledri o, la notte, a caccia nei boschi. E cara hamaske, canta per la sua Anna sulle sue spalle, isi e bare chonutesa, la canzone della brina che inghiotte la grande luna, papà ride mentre canta perché nel cielo c'è una luna che rende magica la neve, la neve di Anna. Anna sente il calore di papa attraversarle le cosce, il sedere, è bello caldo sul suo trono e il mondo così grande, vengono presi da una gioia febbrile.
Ora papà prende la sua bambina e la getta in aria, ha un po' paura mentre lo fa. Ma prende al volo Anna e la stringe tanto forte che lei sente i battiti del suo cuore e il suo odore, quel particolare odore di cavalli, grasso, Brissago e sudore. Aspira profondamente l'odore, sfrega la sua guancia contro il ruvido tessuto della sua giacca e balla poi allegra nella neve. La neve le arriva fino alle ginocchia e non è facile ballare. Allora si getta nel bianco splendore e si rotola come il cane nero quando vuole scacciare i pidocchi dal pelo.
Korkorutne peren e farbe diveske mamujal lendar. I colori della notte sbiadirono. Il padre si mise la sua bambina di nuovo sulle spalle e riprese la via verso casa. La bambina si sentiva protetta. Il cane nero li precedeva correndo. Quando raggiunsero la roulotte, videro il cane girare intorno a un fagotto grigio. Piagnucolava piano e annusava in giro. Davanti all'entrata della roulotte la neve aveva perso la sua innocenza. Anna si riscosse, risvegliata bruscamente da suo padre e venne depositata per terra. Lo sguardo spaventato del padre allarmò anche lei. Entrambi fissarono il fagotto immobile, poi il padre spezzò la magia e con un fischio richiamò il cane. Il fagotto grigio, strappato al sonno, grugnì, poi padre e figlia furono colpiti da uno sguardo selvaggio. Uno sguardo di animale, braccato, confuso. Anna iniziò a piangere e voleva nascondersi dietro a suo padre. E cara hamaske isi e bare chonu- tesa, la sua luna è stata davvero inghiottita dalla brina.
Nella pallida luce del mattino si vedeva la faccia della mamma, gli occhi iniettati di sangue, la bocca atteggiata in una smorfia, vomito, bave di saliva secche e grumi di fango. La mamma cercava di appoggiarsi sulle mani rese livide dal gelo, ma conti- nuava a riscivolare nella poltiglia. Qua e là brillava una perla di vetro colorata, pezzi di una collana rotta che aveva comprato ad una fiera, Anna se ne ricordava bene. Com'era stata contenta la mamma allora. Ballava con lei al suono dell'armonica a bocca di papà, sapeva di lavanda e mandorle tostate, nel suo vestito rosso che mentre ballava le svolazzava intorno alle gambe. E poi papa le aveva comprato la collana perché la mamma la guardava con desîderio e non voleva che nessuno gliela potesse portare via sotto il naso. Papà comprò la collana a mamma e la portò davanti a uno specchio che in realtà era la porta del salottino di un'indovina. Guardarono insieme la collana allo specchio sul collo della mamma e papà la chiamô regina delle zingare.
Perché non fa nulla, pensò Anna. Perché non aiutava la mamma ferita ad alzarsi? Perché se ne stava lì a fissare la sua donna che, sempre più arrabbiata, iniziò a bestemmiare e infine scoppiò in lacrime.
E cara hamaske isi e bare chonutesa. Nella sua disperazione Anna cominciò a canticchiare la canzone. Aveva freddo. Anna canticchiava e quando ebbe finito di canticchiare la canzone, passò a quella successive: An por e kale ruvesko dikhav aver charana, la canzone delle stelle che sono finite nella pancia del grande lupo.
Lentamente, un passo dopo l'altro, come se dovesse riflettere a ogni singolo passo, papà si avvicinò alla sua donna. Sotto ai suoi piedi scricchiolava la neve.
Anna trattenne il respiro. Papà avrebbe aiutato la mamma. Si sarebbe avvicinato a lei, l'avrebbe aiutata a rialzarsi, le avrebbe tolto i capelli dalla faccia e l'avrebbe portata nella roulotte dove avrebbe potuto lavarsi. Poi la mamma avrebbe avuto l'aspetto di sempre. Avrebbe dimenticato la sua rabbia nei confronti della ragazzina, l'avrebbe di nuovo amata e l'avrebbe consolata con la sua voce familiare finché non si fosse addormentata.
Il padre prese la mamma per le spalle e la sollevò. Anna vide che sua madre stava a malapena in piedi, oscillava nella presa nel padre. Il vestito era strappato, il ginocchio scorticato, doveva essere cascata fuori dalla roulotte. Le nocche di papà brillavano bianche, tanto era forte la sua stretta. Gli occhi della mamma, ora improvvisamente svegli, guardavano spaventati la faccia di papà che era una smorfia. Lasciô la spalla sinistra della mamma e si pulì la mano destra sui pantaloni, una volta, due volte. Come se il contatto avesse lasciato delle tracce. Poi prese la mira. L'urlo della mamma lacerò il silenzio.
Anna non si accorse che stava gridando anche lei e che questo grido era di un altro genere. Il suo grido suonava come quello di un uccello che viene strappato al cielo a grandi altezze da uno sparo.
Quando il grido della mamma si spense, papà alzò il braccio per il colpo succes- sivo. Ma la mamma non gridava più. I colpi di papà cadevano precisi, lenti. Anche se la mamma non gridava più, continuava a colpire, un fuoco freddo gli era entrato nelle mani che non riusciva più a controllare. Non sentiva i piccoli pugni della bambina che si abbattevano sulla sua schiena e che lo tiravano per la giacca, non sentiva i latrati del cane nero. Papà continuò a colpire finché non dovette fermarsi per la stanchezza.
Ansimante, entrò nella roulotte e riapparve poco dopo sullo stipite della porta con il fucile in spalla. Vi rimase per un po' mentre i suoi occhi sondavano il cielo mattutino. Partì senza una parola. Il cane nero Io segui con la coda tra le gambe.
Poco tempo dopo si senti uno sparo. L'uccello gridò come Anna.
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